La Perla di Labuan e la Perla nera: gioielli della nostra adolescenza

Storia di un amore eterno, la Perla di Labuan


Ci sono navi che sono entrate nell'immaginario collettivo e il cui nome evoca immediatamente straordinarie avventure esotiche, portando a galla ricordi di infanzia e adolescenza, quando chiunque di noi sognava di salire sul ponte di quei velieri e scrutare l'immensità delle acque e cercando all'orizzonte le familiari palme dell'isola a cui fare ritorno. 

Queste imbarcazioni non sono semplicemente dei mezzi di trasporto, ma vere e proprie protagoniste al pari dei personaggi principali, tanto da formare coppie indissolubili; giusto per citarne alcune, Capitan Uncino e il Jolly Jocker, Jack Sparrow e la Perla Nera, Davy Jones e l'Olandese Volante (nella declinazione della saga dei Pirati dei Caraibi), Sandokan e la Perla di Labuan.


Illustrazione di un Praho, tipica imbarcazione malese e indonesiana usata da pescatori, pirati e commercianti nel diciannovesimo secolo, che ne apprezzavano la manovrabilità e la rapidità in mare aperto.

Emilio Salgari nel ciclo dei Pirati della Malesia, descrive cosi la nave di Sandokan:

"la Perla di Labuan [..] era uno dei più grandi e belli prahos tra quelli che solcavano gli ampli mari della Malesia. Stazzava centocinquanta o centosessanta tonnellate, il triplo dei prahos ordinari. Strettissima aveva la carena, svelte le forme, alta e solida la prua, fortissimi gli alberi e amplissime le vele, i cui pennoni non misuravano meno di sessanta metri. A vento largo, doveva filare come una rondine marinara e lasciarsi di gran lunga indietro i più rapidi streamers e i più veloci velieri d'Asia e d'Australia" tratto  da "I pirati della Malesia".

Il mirabolante italiano utilizzato da Salgari - vera e propria cifra stilistica dell'autore veneto - pieno di superlativi (in queste pochissime righe ne abbiamo numerosi esempi) e di formule linguistiche (il fenomenale avversario, il coraggioso pirata, la temibile tigre..), riesce bene a rendere l'idea dell'imponenza e della maestosità di questa nave: si riesce quasi a sentire le veleggiature mosse dal vento e lo sciabordio delle acque sotto il ventre della Perla: al netto di un linguaggio chiaramente arcaico e di una grammatica esageratamente ricca, la portata culturale di Emilio Salgari rimane assolutamente intatta dopo ben più di un secolo. I suoi libri sono ancora godibilissimi perché ci accompagnano in avventure e in mondi che avremmo sempre voluto vivere nella nostra fantasia, con una ricchezza di particolari e una capacità descrittiva fuori dal comune, soprattutto se si considera che Salgari ha passato quasi la maggior parte della sua vita nella natia Verona, senza mai uscire dai confini nazionali: tutto ciò di cui scriveva lo aveva appreso dai libri da autodidatta.

Ho scelto di iniziare questo post con Emilio Salgari perché la Perla di Labuan è un classico esempio di una nave battezzata con il nome di una persona amata, proprio come le numerose Jenny che pescano gamberi nell'Alabama di Forrest Gump. Ma nel caso del Corsaro Nero, il "temibile pirata" ha deciso di portare il ricordo della amatissima moglie marchiato sul legname della sua compagna di avventura, la sua casa, il suo intero mondo; questo è infatti quello che è una nave per un pirata: la totalità della propria esistenza e delle proprie giornate.

Illustrazione dei primi del 900: Sandokan e Marianna Guillonk, la "Perla di Labuan"

Nel romanzo Le Tigri di Mompracem (1900) Sandokan lotterà con tutte le sue forze per sottrarre l'amata Marianna Guillonk (il cui epiteto era "la Perla di Labuan", così come l'epiteto di Sandokan era "La Tigre della Malesia) dalle grinfie dello zio, il perfido lord inglese James Guillonk. Dopo averla finalmente salvata, la sposerà e si trasferiranno sull'isola di Giava, dove purtroppo Marianna morirà di colera: da questa triste storia capiamo come l'atto di chiamare la propria nave come la propria consorte defunta sia un modo di renderla eterna: Sandokan in questo modo non si separerà mai da Lady Marianna, e il praho diventerà vera e propria personificazione del suo eterno amore.


Pirati sbruffoni e uomini pesce: la storia della Perla Nera e dell'Olandese Volante


Facciamo un salto di alcune generazioni, per spostarci ai primi anni del millennio: nel 2003 esce al cinema il film I Pirati dei Caraibi: la maledizione della prima luna, inizio di una saga marcata Disney incentrata sulle vicende dei pirata Jack Sparrow, del suo fido marinaio Will Turner e della bellissima Elizabeth Swan. La narrazione pesca a piene mani non solo da Emilio Salgari, ma da tutte la letteratura e la cinematografia "piratesca" che la hanno preceduta, svecchiando e modernizzando tutti i "topos" e i modelli narrativi rendendoli immediatamente fruibili alle nuove generazioni, basandosi su un assioma incontrovertibile: il fascino che questo particolare periodo storico e i suoi protagonisti hanno esercitato sui giovani.

Nel terzo film della saga "Pirati dei Caraibi - ai confini del mondo" del 2007, appare in una piccola parte anche il padre di Jack Sparrow, interpretato dal grande Keith Richards: una strizzatina d'occhio anche per i meno giovani..

In questa rivisitazione in chiave pop, ironica e spettacolare delle storie di bucanieri che hanno amato i nostri padri, anche la nave di cui parlo in questo post, la Perla Nera, è una versione moderna dei velieri delle storie di Robert Luis Stevenson: mischia infatti elementi costruttivi e strutturali delle navi di varie epoche, aggiungendo un tocco fantascientifico per rendere il tutto ancora più affascinante.
La Perla Nera è caratterizzata dalle sue vele totalmente nere e strutturalmente è un incrocio tra due tipi di imbarcazioni molto diverse: un galeone e un East Indiaman.

Il galeone era un poderoso veliero da guerra (con veliero si intende un'imbarcazione che sfrutta principalmente l'azione del vento, con tre alberi più il bompresso) specificatamente progettato per le lunghe navigazioni oceaniche e largamente utilizzato nel XVI e nel XVII secolo. Evoluzione diretta della caracca, a sua volta derivata dalla caravella, rispetto a queste ultime aveva uno scafo di forma allungata che permetteva una manovrabilità e una velocità nettamente superiore; i galeoni rappresentano la nave pirata per antonomasia, riconoscibile anche dal castello di poppa squadrato e rialzato e uno di prua molto più basso, entrambi estesi anche sui fianchi della nave per renderla più resistente agli abbordaggi.

In questa illustrazione di Tiziano Perotto, si può vedere la sezione di un galeone: sono riconoscibili le artiglierie del cassero e quelle superiori del casseretto, l'albero di bompresso e il castello di poppa squadrato e rialzato.


Il rostro di prua perdeva la funzione offensiva per speronare le navi nemiche e divenne di supporto per l'albero di bompresso, posto diagonalmente rispetto allo scafo; le strutture di attacco erano i pezzi di artiglieria, posti sul cassero, all'altezza del ponte di coperta in numero di 8/10 cannoni, talvolta sormontati da altri  7/8 pezzi posti sul casseretto: tutto ciò rendeva la distribuzione del peso molto più efficiente e la nave più manovrabile nelle manovre offensive.

L' East Indiaman era invece un tipo di nave mercantile, tra le più grandi costruite in Gran Bretagna tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX; ciò nonostante, erano caricate anche con una considerevole quantità di armamento per difendersi dagli attacchi dei pirati: cosa che facevano discretamente bene, come dimostrato dal fatto che molte di esse vennero poi convertite in navi da guerra e arruolate nella Royal Navy. La differenza principale con le navi da guerra consisteva nella consistenza degli equipaggi, numericamente molto inferiori, e nella forma dello scafo: le East Indiaman erano molto più larghe delle loro controparti bellicose, lo scafo non era affusolato e anche il castello di poppa aveva forme decisamente più morbide. Proprio per evitare che in mare aperto fossero facile preda dei pirati e dei corsari non appena individuatane la foggia, spesso venivano pitturate allo stesso modo delle navi da guerra per ingannare il nemico e dare il tempo all'equipaggio di preparare gli armamenti.

Nell'illustrazione, una East Indiaman, immediatamente riconoscibile per lo scafo largo e le numerose alberature.

Ora possiamo tornare alla Perla Nera, che come abbiamo detto presenta caratteristiche di entrambe queste tipologie di navi, mescolando inoltre elementi propri di un vascello del '700 ad altri completamente inventati; inoltre può contare sulla forza propulsiva dei rematori (che in genere i galeoni non avevano),  e su una potenza di fuoco di ben 16 cannoni per ogni lato.

Nell'immagine, la Perla Nera utilizzata nella trilogia dei Pirati dei Caraibi. Si tratta in realtà di una nave utilizzata nelle piattaforme petrolifere del golfo del Texas, la m/v Sunset, successivamente trasformata in una nave pirata sovrapponendole lo scafo di un'altra imbarcazione e trasformandola radicalmente per motivi scenici.

L'importanza della Perla Nera nella trilogia dei Pirati dei Caraibi è cruciale: se nel primo film l'obiettivo del protagonista sarà proprio quello di recuperare la nave, nel secondo I Pirati dei Caraibi La maledizione del forziere fantasma la stessa verrà affondata dal tremendo mostro marino Kraken e confinata in una specie di limbo con il suo capitano; nel terzo lungometraggio, Pirati dei Caraibi: oltre i confini del mare, la Perla Nera viene finalmente recuperata e condotta alla battaglia finale contro... l' Olandese Volante, ma alla fine viene nuovamente rubata dal pirata Barbossa.

Insomma, anche in questo caso il nome della nave, oltre ad essere già di per sé pieno di significato (è una Perla, un tesoro inestimabile che non fa che essere smarrito, cercato e ritrovato; ed è Nera, in quanto tutte le vele sono nere e incute timore ai naviganti) attribuisce un preciso valore all'oggetto che designa: la Perla Nera è a tutti gli effetti la protagonista delle vicende dei pirati dei Caraibi: la sua presenza scenica e il suo carisma, il suo essere sempre al centro dell'attenzione la mette prepotentemente in primo piano rispetto agli altri personaggi.

C'è forse soltanto un altro "personaggio" in grado di rivaleggiare con la Perla Nera, ed è.. l' Olandese Volante.

La spettrale Olandese Volante utilizzata nel film Pirati dei Caraibi La maledizione del forziere fantasma.

Nel secondo episodio della saga infatti, il principale antagonista di Jack Sparrow è il pirata Davy Jones, al comando proprio dell'Olandese Volante e della sua mefitica ciurma di uomini-pesce, in una rivisitazione dalla straordinaria caratterizzazione della secolare leggenda marinara del vascello fantasma perso tra le onde degli oceani.

Il topos del "vascello fantasma" è comune a tutte le epoche e a tutti i luoghi del pianeta lambiti dalle acque: nel folklore condiviso e che si tramanda tra le generazioni è sempre presente un fantomatico ricordo che si perde nella notte dei tempi di una nave maledetta che è costretta a vagare per l'eternità dopo avere sfidato Dio, il mare e la natura, a seconda dei continenti e delle tradizioni.

Luis Sepulveda, il più straordinario narratore dell'America Latina che purtroppo ci ha lasciato lo scorso anno, narra nel suo capolavoro Patagonia Express del vecchio Eznaola, vagabondo ottantenne dei mari che percorre in lungo e in largo il Rio De la Plata alla forsennata ricerca del vascello fantasma di una nave di pirati inglesi condannati a vagare in eterno per il golfo di Buenos Aires senza poter mai uscire in mare aperto, prigionieri di una maledizione vecchia di 400 anni. (allo stesso modo in cui il vascello di Davy Jones è condannato a vagare per l'eternità senza poter mai toccare terra per la maledizione che ha trasformato tutta la ciurma in orrendi uomini-pesce, quasi un riferimento agli abitanti della Innsmouth  di Lovecraft.. ma non divaghiamo)

La versione europea ed "occidentale" di questa leggenda è stata fatta risalire all'età d'oro della navigazione, dei viaggi transoceanici e degli imperi coloniali, dando non solo un nome alla nave ma anche individuandone il suo capitano, l'olandese Hendrick Van Der Decken (o Willem Van Der Decken, con le leggende non si è mai sicuri dei nomi..)  che nel 1729 salpò da Amsterdam diretto a Giava a bordo di un veliero commerciale snello e rapido (da cui il nome "Olandese volante"), probabilmente un Fluyt , antesignano delle nostre amate portacontainer.

Illustrazione di un Fluyt olandese del XVII secolo.

Il Fluyt era un veliero concepito unicamente per il trasporto marittimo: la sua struttura era infatti pensata per facilitare i lunghi viaggi oceanici unendo la massima manovrabilità con la massima capienza possibile. Erano navi molto economiche, leggere ma poco robuste e non in grado di sostenere uno scontro con navi pirata o corsare; vennero prodotte in grandi quantità e furono un fattore significativo per l'espansione commerciale olandese nel diciassettesimo secolo. Ampliamente utilizzate dalla Compagnia delle Indie Orientali fino al diciottesimo secolo, il Fluyt venne "copiato" anche da spagnoli e inglesi che ne riconobbero immediatamente le straordinarie potenzialità.

Ma torniamo al nostro Van Der Decken: leggenda vuole che una volta doppiato il capo di Buona Speranza si trovò davanti alla più spaventosa tempesta mai vista da occhio umano: invece di tornare indietro e piegarsi davanti alla furia del mare, il capitano sfidò le onde e le divinità marine puntando diretto verso il cuore dell'uragano bestemmiando e imprecando contro Dio, sfidandolo di affondare l'Olandese Volante se ne fosse stato capace. Ovviamente l'uragano frantumò la nave e il capitano annegò assieme a tutta la sua ciurma, ma le divinità del mare, una volta sfidate, ebbero in serbo per lui una sorte ancora peggiore: vagare per le acque per l'eternità in costante balia dei venti e in costante burrasca, assieme agli spettri dei suoi compagni di legno.

The Flying Dutchman, Charles Temple (1840-1873)

Questa è solo una delle tante interpretazioni e tentate riletture in chiave "storica" della leggenda della nave fantasma che vaga negli oceani; la stessa storia di Van Der Decken a volte è stata fatta risalire al 1641, con diverso itinerario ma con simile conclusione. Questo dimostra come la storia dell' Olandese Volante sia una narrazione tramandata oralmente tra generazioni senza nessuna base storica ma con un punto di partenza comune: l'enorme fascino, paura ed emozione che suscita il mare aperto, l'immensità degli oceani e la navigazione verso l'ignoto spinta dalla comune pulsione che l'umanità condivide: quella della scoperta. 

La stessa sete di conoscenza che ha spinto Shackleton a mappare il bianco sconfinato dell'Antartide, la stessa sete di conoscenza delle navi gemelle HMS Erebus e HMS Terror (di cui parlerò in un prossimo post) guidate nella sfortunata spedizione di Sir John Franklyn; la stessa sete di conoscenza sconfinata e meravigliosa di Alexander Von Humboldt, e facendo un balzo di secoli la sete di conoscenza che ci ha portato nel 1969 a esplorare un altro territorio sconosciuto, quello dello Spazio, dove tutto è ancora puro, vergine e scevro da rivendicazioni nazionali o politiche; la stessa sete di conoscenza che ha portato il 19 febbraio 2021 lo Space Rover della Nasa Perseverance a toccare il suolo di Marte dopo un viaggio di 7 mesi e 471 milioni di chilometri, proseguendo idealmente l'intento di John Fitzgerald Kennedy che nel lontanissimo 1961 aveva scelto di andare sulla Luna "non perché e facile, ma proprio perché è difficile".

L'Olandese Volante della saga I pirati dei Caraibi si discosta molto da quella che viene immaginata come la sua controparte "reale" (se cosi si può dire): lo scenografo Rich Heinrichs ha infatti plasmato la nave di Davy Jones su un classico galeone del 17mo secolo, arricchendolo con una miriade di dettagli coerenti con la narrazione e con i personaggi della pellicola.

La poppa dell' Olandese Volante di Davy Jones (sopra) e la fiancata (sotto)


La totalità dello scafo è interamente coperta di cirripedi (delle specie di conchiglie dalle forme più svariate, che infestano anche le linee di galleggiamento delle navi portacontainer), conchiglie, molluschi, propaggini, alghe pietrificate e inquietanti scheletri di abitanti dei fondali oceanici mischiati a contorte figure umanoidi. Tutta la nave è quasi "antropomorfizzata", a partire dalle aperture sui fianchi che ricordano delle mostruose bocche spalancate, alla prua che ricorda le fauci aperte; la nave è "costruita" dalle carcasse dei marinai morti e dai pesci che con il passare dei secoli si stratificano sui suoi fasciami ormai non più visibili, e allo stesso modo i marinai sono abomini composti da conchiglie, parti di scafi e pochi residui di umanità: il massiccio lavoro scenografico e di creazione artigianale dell' Olandese Volante ha portato a dei risultati straordinari, tanto da rendere il vascello (e il suo capitano, Davy Jones) come il protagonista più importante di tutta la saga.

La prua dell' Olandese Volante con il rostro: anime dannate contorte tra i legni, denti da squalo, secoli di calcificazioni di fauna marina, scheletri impalati: una ricchezza di dettagli incredibile.


Finisce cosi questo piccolo viaggio, dal sognante Sud Est Asiatico ingenuo e manicheo di Salgari ai Caraibi pop e dinoccolati di Jack Sparrow: queste navi sono entrate prepotentemente nell'immaginario collettivo di generazioni diverse in periodi storici quanto mai differenti; nessuno è però mai riuscito a resistere al fascino dello sciabordio delle acque limpide dell'oceano sui legni inzuppati e coriacei di questi colossi, eroi e protagonisti di vicende che senza di loro sicuramente non avrebbero mai avuto cosi tanta fortuna e seguito.

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